domenica, 29 marzo 2009
La principessa sposa

Proemio

Agosto. Ho un lavoretto, una casa in costruzione con il ragazzo con cui sto da 6 anni, gli amici di sempre, una famiglia straordinariamente normale. Ma ho troppe pretese di grandezza per contemplare il concetto dell'accontentarsi. Non sono più innamorata, i miei sogni camminano già altrove. Nessuno se l'aspetta. Exit.

 

Atto I

31 ottobre. Accetto di conoscere una persona con cui ho un'amicizia virtuale da circa 5 anni. Lui ascolta i Sigur Ros, ha girato la Spagna in macchina telefonandomi da Barcellona, mi dedica Yeats. Lui potrebbe camminare con me. Lui, il giorno dopo dice di amarmi.

 

Atto II

1000 km di distanza non sono una sciocchezza. Significano ore ed ore di treno per dormire assieme il sabato notte, scambiandosi i libri per il ritorno (ti dò un Goldman in cambio di un Gaiman?). Fanno perdere il contatto con la realtà, perchè tutta la propria forza ed energia si tende a godere di una manciata di minuti alla settimana, che oltretutto non si possono condividere con nessun altro. Fanno fare scelte incomprensibili a chiunque.

 

Atto III

28 dicembre. Lui sale a conoscere la mia famiglia. Due giorni, ed io riparto con lui, lasciando tutto. Mi si accusa di incoerenza e crudeltà, mi si diagnosticano i peggiori squilibri mentali ed ormonali. Nessuno contempla che a 26 anni si possa contemplare la prospettiva del rischio, in cambio della speranza di un senso. Nessuno, tranne la mia squilibrata e normalissima famiglia, che ci abbraccia e ci saluta.

 

Behind scenes

Fa caldo qui. Scorazziamo in moto, andiamo al parco a leggere, passeggiamo. Lavoriamo molto, e la sera spesso siamo molto stanchi. Non ho mai desiderato nessuno tanto profondamente, e vista l'ambiguità della mia natura, un tale amore si accompagna inevitabilmente ad un sordo rancore. Ci sono momenti in cui l'assenza della mia famiglia, dei miei amici, e di qualsiasi contatto umano che non abbia il suo volto alimentano dentro di me una rabbia accecante. Ieri sera ho avuto terrore di me stessa: una linea di febbre mi aveva costretta a letto, e il fatto che lui anzichè starmi vicino fosse di sotto con un amico ha prodotto nella mia mente un rigurgito di veleno puro. Ma io non sono questo, non voglio essere questo. Era il mio maglione a stelle, è l'uomo che mi sommerge di libri e ninnoli, che capisce il mio umorismo e sa non essere mai scontato. Allo stesso tempo, è l'uomo che non può discutere senza spingere, che cova una gelosia ossessiva ed invadente, che mi fa sbalzare dalle vette di un amore immenso alle paludi della solitudine. La risposta alla domanda "Sono felice?" segue l'andamento di queste previsioni metereologiche primaverili. Oggi tira un gran vento, domani spunterà il sole seguito da acquazzoni, dopodomani chissà. Lasciamoci guidare.

soldierWitt alle ore 11:19
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giovedì, 16 ottobre 2008
Finalmente il tuo post – ovvero, “Sull’arte di prendere un argomento vagamente alla larga”

Quand’ero una bambina mia madre detestava portarmi a comperare dei vestiti. Essendo una donna fermamente convinta dell’essenzialità dell’affermazione creativa, ha iniziato fin da subito a chiedermi di scegliere le cose che più mi piacessero, anziché comprarmi abiti di suo gusto. Tuttavia, sin dalle prime volte si accorse di una mia spiacevole tendenza, ancor più inquietante poiché reiterata: non compravo mai quel che mi piaceva veramente. 
Magari un giorno mi perdevo per minuti interi a fissare un maglione colorato a stelline rosse, per poi chiederle di comprarmi un golfino marrone…salvo poi, sulla strada di casa, bofonchiare “Certo che il maglione a stelle rosse era proprio bello…”

 
Perché lo facevo? Che cosa mi tratteneva dal comprare il maglione a stelle rosse? Era adorabile, morbido, e mi stava una favola…Lungo la strada di casa mi pentivo amaramente di non aver avuto il coraggio di sceglierlo, di non aver preso ciò che desideravo anziché ciò che mi sembrava più pratico.

 
Quella strana tendenza ad indietreggiare, a paralizzarmi di fronte a ciò che desidero, me la sono portata dietro sin da allora. E’ più forte di me, tra il possedere qualcosa che sento di poter gestire senza problemi e il tentare di avere ciò che voglio, ho sempre optato per la prima via. E’ qui che va a parare la metafora del maglione: è di possesso, che stiamo parlando.
Comprare un golfino marrone equivale al poterlo indossare in qualsiasi momento, abbinandolo a qualsiasi accessorio, sentendosi al riparo nella sua comodità. Se ne sta lì, è usufruibile in qualsiasi momento, non si permetterà mai di cozzare con un paio di pantaloni o con una giacca. Quando serve essere pronti in 5 minuti, conforta con la sua sicurezza e la sua disponibilità. Si può volere un bene dell’anima, ad un golfino marrone.  Ma non sarà mai un maglione a stelle.

 
Può capitare che un giorno, comodamente avvolta nel proprio golfino, capiti di passare di fronte ad una vetrina che espone in bella vista un maglione a stelle. O peggio, di vederlo addosso a qualcun altro. Addosso ad una persona che probabilmente non lo apprezza altrettanto. In quel momento le maglie del golfino marrone finiscono per sembrare improvvisamente lise e sciupate, e osservandosi riflessa in una vetrina ci si rende conto di averlo sformato e sciupato a furia di indossarlo ossessivamente. E ci si sente terribilmente in colpa, al pensiero di averlo ridotto così approfittando della sua natura comoda e versatile. E’ tremendamente difficile separarsi dal proprio morbido golfino marrone, ma alla mia età e dopo tanti anni di esitazione è arrivato il momento di ammetterlo. A me piace il maglione a stelle. Mi piace un sacco.

 
Tuttavia, nel corso degli anni qualcosa dentro di me dev’essere cambiato, perché non sono più agitata da quell’ansia di possesso che ha condizionato finora le mie scelte. Accantonato il periodo ‘golfino marrone’ con la giusta dose di lutto e rammarico, mi ritrovo ad essere agitata più dal desiderio di dare, che di possedere. Forse il tutto è reso più complesso dal senso di gratitudine che provo verso il maglione a stelle, per il semplice fatto di avermi fatto aprire gli occhi più velocemente, di avermi dato la conferma del fatto che la strada che stavo percorrendo si discostava dalla vita che desidero.

Fatto sta che non desidero tanto possederti, quanto darti qualcosa. Dì, posso regalarti qualcosa? Anche soltanto un momento, una manciata d’ore particolarmente divertenti o spensierate o folli, a cui ripensare quando, tra decine di anni,  sentirai una determinata canzone o rivedrai un certo film. Il pensiero di diventare un ricordo piacevole mi suona senz’altro malinconico, ma comunque accettabile. Non potrei tirarmi indietro prima di averci provato. Il fatto che poi tu possa rivelarti una persona completamente diversa da quella che mi sembri, non cambia questa sostanza di fatto. Di certo io non sono la migliore della persone, per anni non ho fatto altro che appropriarmi di persone e sentimenti al solo scopo di portare conforto alla mia insicurezza. Ho afferrato, ho controllato. Ho preso.
Ora desidero dare, nella misura in cui mi sarà possibile e fintanto che sarai disposto ad accettarlo. Non so di che cosa sarò capace, fino a che punto saprò superare le mie esitazioni e i miei dubbi, ma vorrei avere la possibilità di scoprirlo. Per una volta, vorrei dare qualcosa di mio, vorrei aprire le mani anziché chiuderle. Dì, posso farlo con te?

soldierWitt alle ore 20:05
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giovedì, 18 settembre 2008
I fatti inspiegabili della vita
La settimana scorsa sono stata chiamata all'ultimo momento ad un colloquio di lavoro per un posto da selettore del personale. Ditta famosa, ufficio superchic. Avevo un preavviso di poche ore per presentarmi in sede, ed ero fuori casa. Morale, sono arrivata davanti all'esaminatore vestita così...

      

Lunedì ho iniziato a lavorare.
soldierWitt alle ore 19:59
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martedì, 02 settembre 2008
keep breathin'

Prendi fiato.

Siedi qui, sforzati di percepire l'aderenza del tuo corpo a questa panchina. Tallone contro caviglia, ginocchio contro ginocchio, cosce e vertebre contro legno e ferro. Se il tuo respiro è in grado di assorbire e rilasciare molecole d'ossigeno, il tuo cervello dev'essere per forza capace di concepire ma anche di abbandonare determinati pensieri.

Respira.

Se ti sembra di soffocare, prova ad abbracciare le tue ginocchia. Si tratta solo del simulacro di un abbraccio esterno, ma può bastare a farti sentire che CI SEI, sei presente in quel momento ed in quel luogo. Intorno a te altre persone camminano, parlano, e senz'ombra di dubbio PENSANO anche a qualcosa...non illuderti che a loro faccia meno male.

Continua a respirare.

Succederà anche a te. Arriverà anche per te il giorno in cui le mille occupazioni e preoccupazioni di una vita vera avranno ragione di un mondo interiore troppo vasto e sfiancante. Ci saranno sere in cui la stanchezza dei giusti bacerà un dolce ingresso nel mondo dei sogni, scacciandone via fantasmi ed ombre. Sarà il tempo dello sfiancamento appagante, dello stordimento, forse persino della serenità. Sarà allora che l'insopportabile egocentrismo della sofferenza lascerà posto alla curiosità verso l'altro, all'altruismo, alla generosità.

 Un respiro dopo l'altro, e poi un passo alla volta.

soldierWitt alle ore 13:35
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sabato, 28 giugno 2008
Lego, legi
Buffo. Ultimamente mi sembra di esprimermi molto di più su anobii che su splinder. In parole povere, dico più cose di me stessa stilando recensioni delle mie letture che avvalendomi della prima persona singolare.

Lego ergo sum? La mia esistenza mi si manifesta solo quando sono rapita dall'italiano scritto?

Lego ergo cogito, più probabilmente. Riesco a raggiungere un elevato livello di consapevolezza solo quando perdo me stessa in una storia. E di conseguenza sono quelli i momenti in cui mi sento più presente e completa.

Detto tra di noi, non c'è proprio nulla di cui compiacersi.

'Nel frattempo' - come in ogni racconto che si rispetti, i piani temporali si equivalgono ma gli eventi si affastellano - il mio compagno è a Viareggio per il secondo girone di serie A di Beach Soccer. Siamo una bella coppia, devo riconoscerlo.
Mens sana et corpore sano. Lui della citazione latina non coglierebbe la deformazione, ma del resto ignora anche le mie. Occupa il suo posto nello spazio e nel tempo, fiero di esserci e di potercisi muovere. Sum e basta, sum al cubo.

A volte, mentre prendiamo il sole, lui si alza, si agita, e mi riempie il libro di sabbia. Me lo sfila dalle mani, lo scuote per bene e me lo restituisce sorridendo. Ti dà fastidio se leggo e non ti parlo, Nanni?
-No, affatto. Se mi allontano un attimo e non ti trovo, mi basta cercare una testolina china su di un libro.

Spero davvero che tu non smetta mai di trovarmi.

 



soldierWitt alle ore 14:07
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sabato, 07 giugno 2008
Il desiderio del giorno







Vorrei tanto saper fischiettare... purtroppo da quando ho in testa questa canzone non faccio altro che emettere pigolii sputacchianti...
soldierWitt alle ore 10:07
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martedì, 22 aprile 2008
is that all that is?

Mi dica, Capitano, è davvero tutto qui?

Da bambina adoravo il film 'Hook', quello in cui Robin Williams fa la parte di un Peter Pan cresciuto e dimentico della propria identità... malgrado mi divertisse molto, c'era un passaggio della storia che mi gettava addosso una cappa d'angoscia. Una scena brevissima, in cui Peter è un neonato e ascolta la propria madre parlare con un'amica del suo futuro: "Si diplomerà, studierà legge, diventerà un avvocato proprio come suo padre... lavorerà si sposerà, naturalmente avrà dei figli, una bella famiglia". A queste parole il bambino iniziava a piangere disperato.

Perché? Cosa c'è di sbagliato nel trovare un buon lavoro, nell'incontrare un compagno, nell'avere dei figli? Nulla, tranne quel senso d'oppressione al petto che negli ultimi mesi mi schiaccia al suolo e mi ossessiona con la domanda: "E' davvero tutto qui?". Non so dire cosa mi aspettassi dalla vita, ma so per certo che non era questo. E man mano che vedo gettare le fondamenta della mia casa mi assale il dubbio di non farcela, di non poter accettare una vita senza avventura, senza slancio, senza follia. Non mi basta la mia fantasia, non mi accontento di un mondo autistico chiuso dentro la mia mente.

Dall'esterno questa mia lotta interiore non traspare affatto, poiché fortunatamente non sono così egoista da trascinare il prossimo nelle mie elucubrazioni. Tuttavia, quando guardo i cataloghi di arredamenti ed infissi, mi capita di soffermarmi sulle pagine dedicate alle porte. Mi coglie il pensiero che quell'ingresso non lo varcherò mai, che là fuori ci siano altre porte ad attendermi. E' un pensiero così dolcemente triste.

Tanto per alleggerire il tono e restare in tema - template, vale la pena di citare Gin di Gintama: "Perché non posso avere anch'io una  Zanpakuto  come queste di Bleach?"

soldierWitt alle ore 09:05
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giovedì, 03 aprile 2008
shiny happy people
Durante uno dei miei tre lavori mi trovo a passare qualche ora ad uno sportello per il ritiro dei referti medici.
L'utente medio è teso, preoccupato e ansioso di allontanarsi con le proprie analisi sottobraccio. Dal canto mio cerco di rendere la situazione il meno imbarazzante possibile, invitando (continuamente...) le persone a rispettare la linea di cortesia e tentando di essere il più veloce e cortese possibile.
Dopo aver sbrigato il solite iter di firme e controlli, oggi un'anziana signora si è trattenuta un minuto prima di cedere il posto all'utente successivo, e mi ha detto:

"La ringrazio"

affermazione a cui ho risposto con la domanda retorica "E di che cosa?".
Mi ha risposto:

"Di avermi sorriso".

Come lasciare una persona a bocca aperta una persona in cinque parole. Avere ottant'anni significa anche questo.
soldierWitt alle ore 20:52
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